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ASSOLTI E CONFISCATI

Il Libro, il Video, le Immagni

Una brutta storia, quella di Punta Perotti, partita nel 1992 quando a larghissima maggioranza, il Consiglio Comunale di Bari ne approvò la lottizzazione. Una storia che avrebbe portato sotto le luci della ribalta un clamoroso caso mediatico costruito ad arte.
Caso che avrebbe pesato come un macigno sulla famiglia Matarrese e su altre due imprese di Bari, compagne di avventura (Mabar di Andidero e Iema di Quistelli), costrette a vivere dolorosamente il passaggio da lottizzazione legale a lottizzazione abusiva, sulla quale l’immaginario collettivo avrebbe partorito epiteti fantasiosi, in primis quello di ecomostro. A raccontarla questa storia di straordinaria ingiustizia, come recita il sottotitolo del libro, è il cavaliere del lavoro Michele Matarrese, ingegnere, abile oltre ogni dire nel ripercorrere i diversi passaggi che avrebbero contrassegnato un percorso condito di sofferenze e umiliazioni, mal di pancia e notti insonni. Lui che si propone davvero come una “mano calda”, ad esempio, quando ci fa rivivere lo stato d’animo suo e dei suoi fratelli al momento dell’abbattimento delle torri. Contrapponendo la disperazione di famiglia all’esaltazione di coloro che, in quello stesso momento, levavano in alto i calici. Ma, come il cavaliere ha tenuto più volte a precisare, c’è sempre una Giustizia umana e divina a pareggiare i conti. Risultato? Oggi lo Stato italiano – e di riflesso tutti noi, cittadini baresi compresi – dovrà farsi carico del risarcimento deciso dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Risarcimento stabilito in 49 milioni di euro da versare alle tre società interessate, vale a dire Sudfondi, Mabar e Iema.
Detto questo, che ne sarà ora di quella striscia di suolo edificabile che passa sotto il nome di Punta Perotti? Sarà oggetto ancora di diatriba?
Di certo colpisce il fatto che il nome di questo pezzo di terra sia stato ereditato da uno scrittore, poeta e studioso, nonché attento osservatore delle realtà pugliesi. Ovvero Armando Perotti, colui che fu tra i più fieri oppositori della realizzazione del teatro Margherita, oggi uno dei simboli cittadini, definendola “una criminosa follia” in quanto avrebbe precluso la vista del mare.
Corsi e ricorsi del pensiero umano, insomma.
Ma anche lui sbagliava.

PREFAZIONE
Conosco Michele Matarrese da quasi 30 anni, da quando lui era Presidente degli Industriali di Bari e io appena Presidente dei Giovani Industriali di Confindustria.
In questi anni abbiamo combattuto tante battaglie insieme per affermare le ragioni di un Mezzogiorno in cerca di riscatto economico e morale e per affermare le esigenze di un mondo imprenditoriale alla ricerca delle riforme necessarie per competere sui mercati internazionali. Convinti sin da allora che nostro dovere fosse non solo promuovere lo sviluppo economico, ma anche la crescita sociale e civile del nostro Paese.
Quando Michele Matarrese mi ha chiesto di scrivere l’introduzione di questo libro, ho accolto con piacere il suo invito non solo per la lunga amicizia che ci lega, ma anche perché il racconto di Michele e la vicenda di Punta Perotti ci offrono due importanti insegnamenti che vanno al di là dei fatti di cronaca narrati.
Il primo è che nella vita non bisogna mai arrendersi, non bisogna mollare mai e se ciò è vero per ciascuno di noi, è ancor più vero per chi fa il mestiere dell’imprenditore.
Michele Matarrese ha sempre vissuto con rigore e tenacia all’insegna dei valori del lavoro e della famiglia. E sono questi valori che anche negli anni più difficili di questa lunga battaglia amministrativa e giudiziaria hanno sostenuto la fermezza e la perseveranza con cui i Matarrese sono andati fino in fondo, fino al riconoscimento dei loro diritti.
Il secondo insegnamento è, ahimè, assai amaro e riguarda gli ingenti danni ed il grande pericolo che una cattiva amministrazione ed un cattivo esercizio della Giustizia possano rappresentare per l’impresa ed il sistema economico del Paese.
L’impresa Matarrese è riuscita a sopravvivere a questa disavventura ed è arrivata fino in fondo, fino a vedere riconosciute le proprie ragioni, perché era un’azienda sana e forte. Ma quante aziende, in questi decenni sono state costrette a chiudere perché non in grado di reggere, colpite da costi e danni “ingiusti”, resi ancor più ingenti dalla lentezza, spesso esasperante, del funzionamento della macchina amministrativa e giudiziaria?
Dalla narrazione di questa vicenda emerge con grande chiarezza che senza un’incisiva riforma della P.A. e della Giustizia, senza ripristinare la certezza del diritto e la certezza dei tempi della giustizia, è sempre più difficile fare impresa nel nostro Paese e quindi attrarre quegli investimenti locali ed internazionali di cui abbiamo così tanto bisogno per creare occupazione e sviluppo.
In conclusione, questo è un libro che vale la pena di leggere perché è la storia vera di un imprenditore tutto dedito al lavoro ed alla famiglia, con valori forti, tenace, che lotta fino in fondo perché convinto delle sue ragioni.
E’ la storia di un’impresa sana che affronta e supera una crisi che poteva essere fatale.
Ed è anche la storia triste di tanti imprenditori che, forse meno tenaci , forse meno forti, non sono riusciti a farcela e non sono sopravvissuti ai colpi della cattiva amministrazione e della cattiva giustizia.

cav. lav. dott. Antonio D’Amato

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